Il Consiglio Direttivo e l’Osservatorio Carcere ed Informazione Giudiziaria della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux esprimono profonda preoccupazione per il mancato rispetto dei principi fondamentali della presunzione di innocenza e del giusto processo nell’informazione giudiziaria.
Già nel comunicato del 9 maggio u.s., la Camera Penale di Modena – intervenendo sul comunicato stampa diffuso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena in data 8 maggio 2025 sul caso delle due educatrici sospese dal servizio presso una scuola dell’infanzia di Carpi (rectius Soliera), – ha sostenuto con fermezza che il processo mediatico rappresenta una grave distorsione del sistema giustizia, evidenziando come, attraverso la semplificazione dei fatti, l’amplificazione emotiva e la spettacolarizzazione della notizia, si genera un giudizio pubblico che prescinde dalle garanzie del giusto processo.
Già in quella sede, è stato ribadito che la corretta informazione giudiziaria deve rispettare il delicato equilibrio tra il diritto di cronaca e la tutela della dignità e dei diritti fondamentali delle persone coinvolte nelle indagini, titolari del diritto a vedere la propria posizione valutata nelle sedi opportune, con tutte le garanzie previste dalla legge.
Tuttavia, a distanza di poco tempo, prendendo atto di quanto avvenuto sulla stampa in riferimento alla diffusione della notizia sulla presunta aggressione e violenza sessuale denunciata a Vignola, ci si trova costretti a ritenere che a nulla forse è valso quel comunicato.
Ancora una volta la necessità della stilizzazione della notizia ha avuto la meglio: una denuncia è stata trasformata dai media subito in un fatto storico certo e accertato, non solo prima di una sentenza definitiva ma, ciò che ancora più sorprende, prima ancora forse dell’inizio stesso delle indagini.
La vicenda ha visto coinvolti emotivamente centinaia di cittadini, tanto da spingere, per dichiarate esigenze di interesse pubblico, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena a rendere nota, con un proprio comunicato stampa, la presentazione della richiesta di archiviazione della notizia di reato.
Con la stessa “leggerezza” iniziale, dalla “certa e accertata” aggressione e violenza sessuale, la stampa è così passata a parlare di caso archiviato e di falsa denuncia prima ancora che un Giudice per le Indagini Preliminari si sia espresso sulla vicenda, scatenando una nuova e “ribaltata” gogna mediatica.
Davanti a questo tipo di informazione giudiziaria, la Camera Penale di Modena “Carl’Alberto Perroux”, pur comprendendo l’esigenza di informare la cittadinanza sull’evolversi dell’attività investigativa, non può non rilevare come tali modalità di diffusione delle notizie finiscano, inevitabilmente, per ledere la dignità e la reputazione delle persone coinvolte nelle indagini.
Inoltre, si ritiene opportuno evidenziare come “giocare” con l’emotività collettiva possa, potenzialmente, rappresentare un grave pericolo anche per l’incolumità di tali persone.
Si ritiene, quindi, necessario ricordare che dietro le notizie ci sono persone e che il danno alla reputazione e alla dignità personale, una volta consumato attraverso la diffusione mediatica, difficilmente può essere riparato.
Per questi motivi, si ribadiscono la necessità e l’urgenza di adottare protocolli comunicativi più rispettosi dei diritti fondamentali della persona, che trovino il giusto equilibrio tra il diritto all’informazione e la tutela della dignità individuale, nel pieno rispetto dei principi costituzionali che reggono il nostro sistema penale e nell’ottica di stigmatizzare qualsiasi forma di spettacolarizzazione dei fatti oggetto di cronaca giudiziaria, al fine di evitare che la ricerca della verità processuale si trasformi in un processo mediatico dalle conseguenze irreparabili.


Il Consiglio Direttivo e l’Osservatorio Carcere ed Informazione Giudiziaria
della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

 

In riposta al comunicato della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena
dell’8 maggio 2025

Il Consiglio direttivo della camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux esprime profonda preoccupazione in merito al comunicato stampa diffuso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena in data 8 maggio 2025, relativo al caso delle due educatrici sospese dal servizio presso una scuola dell’infanzia di Carpi (recte Soliera).
Pur prendendo atto della menzione formale del principio secondo cui le indagate sono “presunte innocenti fino a sentenza irrevocabile di condanna”, rileviamo come tale principio venga sostanzialmente violato nella stessa comunicazione attraverso il riferimento esplicito all’acquisizione di “gravi indizi di colpevolezza” e alla descrizione dettagliata delle modalità investigative adottate, incluso il riferimento a intercettazioni audio-video.
Tale modalità di comunicazione si pone in contrasto con i principi sanciti dalla Direttiva UE 2016/343, recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 188/2021, che impone alle autorità pubbliche di astenersi dal presentare gli indagati come colpevoli prima dell’accertamento definitivo di responsabilità.
Denunciamo con fermezza questa prassi che parrebbe preludere ad un vero e proprio processo mediatico, in cui l’esposizione pubblica di elementi investigativi ancora da sottoporre al vaglio del contraddittorio processuale rischia di condizionare irrimediabilmente l’opinione pubblica,
trasformando gli indagati in colpevoli prima ancora del giudizio.
Come già evidenziato, il processo mediatico rappresenta una grave distorsione del sistema giustizia: attraverso la semplificazione dei fatti, l’amplificazione emotiva e la spettacolarizzazione
della notizia, si genera un giudizio pubblico che prescinde dalle garanzie del giusto processo. In questo contesto, si produce un’inaccettabile inversione dell’onere della prova, dove è l’indagato a dover dimostrare la propria innocenza di fronte al tribunale dell’opinione pubblica, sovvertendo i
principi cardine del nostro ordinamento.
Ribadiamo che la corretta informazione giudiziaria deve rispettare il delicato equilibrio tra il diritto di cronaca e la tutela della dignità e dei diritti fondamentali delle persone coinvolte nelle indagini, che hanno diritto a vedere la propria posizione valutata nelle sedi opportune, con tutte le garanzie previste dalla legge.
Invitiamo pertanto tutte le autorità coinvolte a una maggiore attenzione nella comunicazione
pubblica relativa a procedimenti in corso, limitandosi a fornire informazioni essenziali e oggettive, senza valutazioni che possano pregiudicare la presunzione di innocenza e il diritto a un equo processo degli indagati.


Modena, 9 maggio 2025
Il Consiglio direttivo della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux


Al Direttore della Gazzetta di Modena

 
L’Osservatorio dell’Informazione Giudiziaria della Camera Penale di Modena rileva quanto segue: ieri 27 marzo 2022 sulla Gazzetta di Modena nella sezione cronaca è stato pubblicato un articolo relativo all’arresto di un cittadino extracomunitario per un furto di scatolette di tonno presso un supermercato di Castelfranco Emilia (MO).


La pubblicazione dell’articolo on line (e questa mattina nell’edizione cartacea) era corredata di una fotografia che ritraeva la persona in stato di arresto presso il Tribunale con il volto scoperto perfettamente riconoscibile e ciò in palese inosservanza del divieto di diffusione di immagini o fotografie di persone con manette ai polsi in stato di detenzione previsto dalla normativa vigente, oltre che dall’art. 8 del codice Deontologico dei Giornalisti.
Stigmatizziamo questa modalità di speculazione giornalistica finalizzata esclusivamente alla spettacolarizzazione della notizia in violazione della dignità delle persone e, in particolare, di chi si trova
in uno stato di debolezza in quanto privata della libertà personale.


L’Osservatorio, deplorando simili modalità di diffusione di notizie di carattere giudiziario, auspica che in futuro non vengano nuovamente pubblicate fotografie di persone private della libertà personale.


L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

CONFRONTO PER UNA DEONTOLOGIA COMUNE
TRA AVVOCATI, MAGISTRATI E GIORNALISTI


GIOVEDI’ 17 MARZO 2022, ORE 15
IN DIRETTA SUL PORTALE GESTIOLEX

SALUTI
Avv. Roberto Ricco

Presidente della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux
Avv. Roberto Mariani
Presidente del Conisiglio dell’Ordine degli Avvocati di Modena

INTRODUCE
Avv. Luca Andrea Brezigar

Responsabile dell’Osservatorio sulla informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane

MODERA
Avv. Giuseppe Calaresu

Responsabile dell’Osservatorio sulla informazione giudiziaria
della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

PARTECIPANO
Dott. Luca Masini

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena

Francesco Dondi
Cronista della Gazzetta di Modena
Avv. Alessandro Sivelli
già Presidente della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

l’evento è stato accreditato dal Cosiglio dell’Ordine degli Avvocati di Modena
che ha riconosciuto n. 2 crediti formativi in materia deontologica

La partecipazione gratuita all’evento sarà garantita in modalità fad in diretta streaming dalla piattaforma www.gestiolex.it previa registrazione
di un proprio account da: https://gestiolex.it/wp-login.php?action=register (al più tardi, entro un’ora dall’evento per motivi tecnici).

Si avverte che i crediti formativi saranno riconosciuti a coloro i quali parteciperanno ad almeno l’80% della durata dell’intero evento.

LOCANDINA [PDF]

 

 

di Stefano Termanini

Forca e Melassa” (Mimesis Contesti) è l’ultimo contributo a firma Gaetano Insolera sul tema dei complessi rapporti tra giustizia penale, comunicazione e politica. Un libro tanto agile alla lettura quanto sconcertante nei contenuti, che traghetta il lettore dall’antica Grecia ai giorni della pandemia, dall’avvento della televisione e della radio alla comunicazione globale digitale.
L’ingranaggio dei rapporti interni alla citata triade viene così messo a nudo in maniera prospettica, sia sotto il profilo cronologico, sia sotto il profilo dei reciproci condizionamenti, con particolare attenzione alle ripercussioni sul processo penale e, più in generale, sulla giustizia.
Giustizia che rimane al centro del ragionamento, non tanto e non solo come sistema teorico ma come il luogo in cui l’individuo vede la concretizzazione dei propri diritti. Ed è proprio su tale aspetto che il contributo di Insolera ci coglie inermi: nel comunicarci come sia proprio la tutela dei diritti a cedere sotto la scure della forca del processo penale mediatico e invischiata nella melassa delle intersezioni tra politica e populismo della comunicazione.
Da qui, l’idea di porre qualche domanda al Prof. Insolera, per approfondire alcuni temi e spaziare verso diverse prospettive di comune interesse.


Professore, nel suo libro, lei pone particolare attenzione al tema della libertà di espressione del pensiero, quale diritto “a natura variabile” nel tempo e a seconda del consesso sociale nel quale si colloca. Sotto tale profilo, quali possono essere i metodi per contemperare il carattere positivo di tale diritto con le evidenti conseguenze, a carattere, invece, negativo, che discendono dalla sua completa affermazione nei termini di cui alla premessa di Marcello Gallo, secondo cui “i destinatari della comunicazione da occhi e orecchie si fanno voci che intervengono sempre e su tutto… la decisione sembra dipendere… da quanto si vocifera e da quanti sono i vociferanti” (a maggior ragione dove ad essere diffuse siano notizie palesemente false, volte ad indirizzare il consenso)?

Per rispondere alla sua domanda occorre anzitutto prendere atto delle modificazioni che sono intervenute nel rapporto tra media, politica e giustizia penale.
E’ questo il filo conduttore del mio libretto, con una prima conclusione: la influenza sempre più forte dei media, vecchi e nuovi, nei confronti di un ceto politico con attori sempre più deboli, confusi e incapaci di gestire efficacemente e, aggiungerei, in modo decente, l’ ottenimento del consenso elettorale.
Ho cercato anche di individuare quanto il potere dei media si rispecchi nell’operato di quello giudiziario, che appare sempre più convinto dall’idea di svolgere azione politica in un dialogo diretto con le istanze sociali che ritiene di dover cogliere.
Così non penso che si possa più parlare di un ordine giudiziario dotato di un potere limitato rispetto agli altri poteri dello Stato di diritto.
Ecco che anche la questione della libera manifestazione del pensiero, della libertà di stampa, del diritto di informazione etc., non può prescindere dal contesto che ho provato a sintetizzare.
Il vento forte che spira per una decriminalizzazione dei reati di diffamazione penso che meriti una riflessione critica.
In “Forca e melassa” ricordo perplessità già espresse in passato sui miti costruiti attorno alla “Libera Stampa”, miti che oggi più che mai non prestano l’attenzione dovuta al danno che può subire un diritto della persona – quello all’ onore e alla reputazione – che, in taluni casi può essere devastante.
Oggi, per quella vertiginosa trasformazione dei rapporti di cui ho detto, il tema ha assunto aspetti drammatici: per i nessi tra uffici di procura, polizia e media.
Ben prima di un’ imputazione definitiva, le notizie diramate da PM e polizie, accompagnate da filmati e brani di captazioni foniche, rendono impossibile una tutela dell’innocente o anche solo della presunzione di innocenza.
L’ esercizio del diritto di cronaca giudiziaria, iscritto nel pomposo mantra del “diritto di informare e di essere informati”, è affermato sulla base della storia raccontata e documentata solo dall’accusa.
Non vi è protezione per chi cada nel marchingegno. Per cogliere questo aspetto basti pensare alle difficoltà che ha incontrato il recente recepimento della direttiva UE del 2016 sulla presunzione di innocenza.
La questione non è stata tanto alimentata dall’affermazione del principio in sé – esso trova va già sede nella nostra Costituzione.
Ad essere ostacolati erano proprio i conseguenti limiti posti a quelle comunicazioni pubbliche delle Procure che autorizzano i media al racconto di una colpevolezza già all’inizio delle indagini e in occasione dei c.d atti a sorpresa.
Per riprendere un’efficace osservazione di Sabino Cassese: oggi “le Procure non sono più in funzione dell’accusa, ma in funzione del giudizio”.
Tutto questo è un formidabile cemento che orienta l’operato dei due poteri, quello giudiziario e quello mediatico.
Le capacità di prestazione dell’endiadi sono sotto gli occhi di chi pratica quotidianamente il “mestiere delle leggi”.
Provo al elencarle, da quelle forse meno inquietanti e quelle che lo sono maggiormente.
Chi ha la disavventura di finire nella pista del circo mediatico-giudiziario, non ha chances effettive di essere tutelato rispetto alla sua preventiva definizione di “colpevole”. A fronte di una querela per diffamazione, sono rarissimi i casi in cui viene esercitata l’ azione penale. Soprattutto le maggiori testate giornalistiche hanno una gestione della cronaca giudiziaria che non può fare a meno di un benevolo rapporto con gli uffici giudiziari e gli apparati di polizia.
Anche in ragione dell’intoccabile indistinta appartenenza di PM e giudici, i racconti sui presunti colpevoli trasmigrano facilmente nei provvedimenti giurisdizionali durante le indagini preliminari e confermano decisioni benevole in tema di diffamazione. Come è noto a ciò corrisponde il disinteresse della cronaca per eventuali provvedimenti che smentiscano le ipotesi di accusa enfatizzate in precedenza.
La questione si è fatta ancora più drammatica con l’ affermarsi delle “verità” o falsità circolanti nella rete.
In questo caso, che ho cercato di richiamare, altri “mostri” possono aggredire diritti fondamentali della persona e rendono ulteriormente difficile la loro protezione con i mezzi tradizionali apprestati dalla legge penale. Basti solo pensare alle difficoltà per identificare gli autori dei reati. Né può essere trascurato il tema dei discorsi dell’ odio nella rete: a mio giudizio, a determinate condizioni, devono essere colti nella loro dimensione politica, di concreto pericolo per le democrazie liberali.

Modificando la prospettiva e accedendo alla provocazione di Giovanni Fiandaca secondo cui il diritto penale stesso, in una qualche maniera, è populista, con ciò intendendo che ogni Codice Penale, per natura, risulta essere una specie di marcatore simbolico della identità culturale e valoriale di un popolo, dovremmo concludere che, al variare delle sensibilità e delle opinioni, dovrebbe associarsi un mutamento della legislazione penale?

Non posso non condividere l’opinione di Giovanni Fiandaca.
Con una formula sintetica direi che, in definitiva, ogni società, anche in democrazia, finisce con avere il sistema penale che si merita e che corrisponde al suo sentire.
Si tratta di una provocazione che però trova riscontro nell’ affermazione elettorale di pensieri, più che deboli, inesistenti, accomunati da concezioni della libertà e dell’ autonomia dei singoli frammentate nell’ inseguimento di risposte immediate: l’ eterna ricetta di tutte le demagogie.


Ed in questo caso come potrebbero variare i rapporti tra i poteri legislativo e giudiziario nei confronti del c.d. “quarto potere”, quello che le sensibilità e le opinioni è in grado di aggregarle e variarle, ossia i media? Nello specifico: quali conseguenze possono derivare dall’affermazione del principio di autonomia del Giudice laddove, per citare Sciascia, “non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto”?

E’ difficilmente discutibile come le stagioni dei governi populisti – per altro preceduti da derive che avevano caratterizzato anche i diversi esecutivi che si erano succeduti dopo la fine della prima Repubblica – abbiano portato a ulteriori livelli il giustizialismo populista.
Legislativo ed esecutivo hanno trovato – salvo rare eccezioni, di nicchia – un robusto sostegno dei media, a partire dalla indecente comunicazione televisiva.
Come mi è capitato di notare in varie occasioni nella grammatica penalistica di uno Stato di diritto costituzionale come il nostro, contro gli abusi del potere legislativo, il contrappeso è costituito dal potere di invalidazione attribuito alla Corte costituzionale.
Perché questa realtà delle nostre istituzioni non è in grado di tranquillizzarci completamente?
Penso ad almeno tre considerazioni.
In presenza di un potere dei media in larga parte acquiescente verso le derive illiberali e corifeo nella spregiudicata alimentazione di ogni insicurezza quando affronta la questione criminale, si è proceduto all’ avvelenamento dei pozzi del diritto penale liberale e garantista, faticosamente disegnato nelle stagioni della prima Repubblica.
E così, nel confronto politico elettorale, qualsiasi idea di “bonifica” dei pozzi, sarà tacciata delle peggiori intenzioni collusive: con le mafie, la corruzione, i poteri forti etc.
In secondo luogo la natura incidentale che caratterizza il nostro accesso alla Corte, implica un ascolto da parte del potere giudiziario.
E qui, ai margini della strettoia – per usare una metafora del cammino difficile della libertà tra la forza scatenata del Leviatano e la gabbia di norme sociali senza lo Stato – si apre una paurosa voragine che merita di essere considerata.
Quanto il ripudio di un vincolo al testo, alla Legge, ma anche a quello della Costituzione, in nome di libere ortopedie di scopo da parte del giudice, può contrastare la richiesta di un controllo di costituzionalità?
Ancora, si tratta di questione sulla quale rifletto da qualche anno insieme ad altri penalisti e soprattutto con studiosi dell’ ordinamento giudiziario: quanto i sistemi di reclutamento, di formazione e progressione di carriera dei nostri giudici, offrono garanzie sulla loro osservanza dei limiti legali posti alla loro autonomia e indipendenza? Quanto possono prevalere autonome concezioni e finalità di Giustizia maturati nel contesto dell’ ordine di appartenenza, nel quale – è difficile negarlo – si sono definite fazioni nelle quali si è prodotto un intreccio tra istanze corporative e sindacali, ideologia e collateralità politica?

In conseguenza del reciproco condizionamento tra potere politico, giustizia penale e comunicazione, sono state varate riforme legislative apertamente votate a fornire risposta ad istanze a carattere “populista”. Ciò potrà – a Suo avviso – portare ad interventi sempre più incisivi della Corte Costituzionale? Assisteremo, in altri termini, ad un nuovo protagonismo del Giudice delle Leggi che ne ridisegnerà i contorni ponendone in ancora maggior luce il ruolo di contraltare al potere legislativo? Infine, quanto la modificazione del quadro politico influisce sugli orientamenti del Giudice costituzionale e sull’equilibrio che ne delinea la composizione?

Nell’ esempio degli Stati uniti che, nella sua diversità, costituisce il prototipo della giustizia costituzionale, cogliamo una attenzione speciale, dedicata da politici, esperti e media, alla fisionomia e alla storia ideologica dei candidati alla Corte suprema.
Come dicevo, realtà radicalmente diversa.
Ciò che stupisce tuttavia è la rarità del tema nel discorso pubblico, nel nostro mondo: o meglio a volte lo troviamo a proposito delle faticose nomine della componente parlamentare.
Forse mi sbaglio, ma mi sembrano lontani i tempi in cui le designazioni non si limitavano, ad esempio, a valutare l’ inquadramento nella docenza universitaria, nelle supreme magistrature o nell’ esercizio dell’ avvocatura, ma si indirizzavano verso figure di particolare e riconosciuto prestigio intellettuale.


E l’Avvocato? Quale è il ruolo che l’Avvocatura può (rectius, deve) rivestire in un tale momento storico ed in un tale contesto? Lei ci parla di una professione ritenuta “indigesta, se autonoma e libera”, eppure, allo stesso tempo, l’Avvocatura si pone come strumento fondamentale nel processo di tutela dei diritti esistenti e di “giustiziabilità” dei diritti nuovi, per usare le parole di Giovanni Maria Flick, in tal modo assumento ruolo senz’altro a carattere pubblico. Le pare soluzione percorribile ed efficace quella di inserire la figura dell’Avvocato all’interno della Carta Costituzionale?

Anche a questo proposito il discorso potrebbe, e dovrebbe, essere lungo. Mi limito a due osservazioni.
Anzitutto un giudizio, forse consolatorio.
La tempesta giustizialista del populismo penale, di cui ho parlato nel mio libretto e che ho osservato, in un’ altro scritto, a partire dai risultati elettorali del 2013, hanno visto solo l’ avvocatura penale organizzata nell’Unione delle camere penali (non certo l’ ANM!) impegnata nella difesa di un decente sistema penale.
La seconda osservazione è ispirata dal pessimismo.
Non solo per l’ emergenza sanitaria, assistiamo a condizioni di lavoro e di sussistenza sempre più difficili per l’ esercizio autonomo e libero della nostra professione.
Quanto alla rappresentazione mediatica, la situazione attuale è efficacemente colta nella copertina che ho scelto per “Forca e melassa”: La decapitazione di mercanti e avvocati di Parigi disobbedienti.


Forca e melassa
Gaetano Insolera
Mimesis Edizioni, 2021


DESCRIZIONE BREVE
Saette che si infilano nell’ordito di una elegante invettiva politico-criminale di cui da tempo si avvertiva il bisogno. Forca e melassa è l’ultima brillante fatica intellettuale di Gaetano Insolera, che già a partire dal titolo non lascia spazio a equivoci circa i deleteri rapporti populistici che si vanno consolidando tra il corpo elettorale, la giustizia penale e le nuove forme di comunicazione.

I PENALISTI MODENESI SUI DANNI DEL CIRCO MEDIATICO-GIUDIZIARIO.

Il circo mediatico-giudiziario, in piena autonomia, fabbrica ormai quotidianamente sentenze morali, anche a discapito dell’interpretazione e dell’applicazione della legge e costituisce una spina nel fianco della giustizia sempre più difficile da estirpare, al punto che gli originari protagonisti principali divengono, a volte, essi stessi vittime di questa spirale.

Gli inquirenti danno le notizie in pasto alla stampa, i media arringano le folle, i giudici si trovano sotto assedio e spesso vengono essi stessi giudicati, prima ancora che influenzati dall’opinione pubblica.

Sarebbe utile svolgere un’analisi statistica che riveli quanti processi penali geneticamente “mediatici” si concludono in primo grado con una sentenza di condanna per poi essere rivisitati nei successivi gradi di giudizio.

Sarebbe interessante monitorare soprattutto quei processi che a causa della loro mole, del numero degli imputati o per la complessità del caso si trascinano necessariamente in lunghissimi dibattimenti, fatti di istruttorie ed udienze interminabili, la cui cronistoria appare puntualmente sui media, quei processi che suscitano la costituzione di parte civile da parte di associazioni nate sul momento sull’onda dello scandalo e dell’opinione pubblica e di tutti gli enti territoriali, comprese le circoscrizioni di quartiere.

Ci riferiamo a processi come “Aemilia” e “Bibbiano” (Angeli e Demoni), per citarne di recenti e locali,”, insomma quei processi che di recente assumono acronimi e denominazioni di stampo giustizialista sempre più ispirate, proprio come nel caso di “Camici Sporchi”, oggetto di questa breve riflessione.

Ieri la terza sezione della Corte d’Appello di Bologna, ha infatti cancellato, con un colpo di spugna, una cinquantina di anni di prigione, sanzioni e risarcimenti milionari riformando, in modo a dir poco eclatante, la sentenza di primo grado emessa un paio d’anni fa dal Tribunale di Modena.

Frattanto, i nomi e le fotografie di medici, scienziati, alcuni di chiara fama, imputati di associazione per delinquere, sono apparsi per otto lunghi anni sulle pagine dei giornali e sui media in ruoli assai diversi da quelli professionali.

Tali immagini hanno bruciato la carriera a chi era giovane e l’hanno distrutta a chi se l’era costruita, per non parlare della vita affettiva, sociale e di relazione di costoro…ed ora?

Purtroppo, il lungo tempo occorso per fare giustizia sarà d’ostacolo a qualsiasi rimedio e anche gli articoli di stampa più corretti nel ripristinare ruoli e figure di questi cittadini non potranno costituire una panacea efficace per i loro mali.

Da un lato apprezziamo lo sforzo e la correttezza di chi nel dare la notizia dell’assoluzione ha tentato di ricostruire i profili degli imputati per restituirli integri alla nostra società, dall’altro riteniamo che epiloghi processuali come questo indichino la miglior strada che l’informazione giudiziaria può seguire:

Ricordare a se stessi e agli altri che, come diceva Kafka, le sentenze non vengono ad un tratto, è il processo che a poco a poco si trasforma in sentenza.  Franz Kafka, Il processo, 1925

Modena, lì 10 novembre 2020
(L’Osservatorio sulla informazione giudiziaria della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux)

COMUNICATO STAMPA

I PENALISTI MODENESI SULLE DIMISSIONI DI MONSIGNOR FRANCESCO CAVINA E SUGLI EFFETTI DISTORSIVI DELLA PUBBLICAZIONE DI ATTI DI INDAGINE COPERTI DA SEGRETO INVESTIGATIVO.

Abbiamo letto con rammarico delle dimissioni annunciate dal Vescovo di Carpi Monsignor Francesco Cavina e – pur non volendo, ovviamente, entrare nel merito di decisioni sue personali e proprie delle istituzioni ecclesiali – riteniamo opportuno osservare come ancora una volta la pubblicazione di atti giudiziari coperti, in teoria, dal segreto investigativo abbia dispiegato effetti distorsivi e fortemente lesivi della dignità delle persone.
Monsignor Cavina, con un atto di coraggio, ha annunciato le proprie dimissioni evidenziando di essere stato oggetto di indebite violazioni istruttorie, lamentando come una “intera indagine si è contraddistinta per una diffusione mediatica, in tempo reale, di parte dell’attività degli inquirenti, anche quando si versava in pieno segreto istruttorio. Si è arrivati a pubblicare anche il contenuto di telefonate legate al mio ministero sacerdotale ed episcopale.
Il riferimento è al profluvio di pubblicazioni di stralci di atti polizia giudiziaria e di conversazioni, nella maggior parte dei casi attinenti fatti irrilevanti a fini investigativi, apparse su organi di informazione locale e nazionale e riguardanti una indagine in corso su fatti avvenuti nel Comune di Carpi.
Monsignor Cavina, la cui posizione a quanto consta era stata prontamente archiviata dalla Autorità Giudiziaria per insussistenza del fatto, aveva dovuto essere sottoposto a quella che lui stesso definisce una vera e propria “gogna mediatica” anche dopo la archiviazione.
Sono dunque sotto gli occhi di tutti i gravi effetti della violazione del segreto istruttorio essendo stati oggetto di pubblicazione sui mezzi di informazione, atti relativi a fatti del tutto irrilevanti a fini istruttori con una evidente lesione dei diritti del Vescovo e, anche, dei fedeli che confidavano nel segreto delle conversazioni con il proprio riferimento religioso.
Ciò che davvero stupisce è che, ancora una volta, vi siano state violazioni del segreto istruttorio e che, ancora una volta, queste fughe di notizie abbiano coinvolto persone estranee alle indagini e che, comunque, abbiano riguardato atti investigativi che per loro natura avrebbero dovuto rimanere segreti anche e soprattutto a garanzia della presunzione di innocenza dovuta a tutti i soggetti coinvolti in tale fase procedimentale.
Da molto tempo gli avvocati penalisti denunciano la gravità di simili propalazioni, che incidono fortemente sulla vita dei diretti interessati, distorcendone l’immagine e determinando convinzioni che spesso si rivelano errate nella opinione pubblica.
Ancor peggio, si corre quotidianamente il rischio che le indagini possano essere adoperate per colpire persone in vista e che la stampa possa, anche inconsapevolmente, diventare il veicolo di simili aggressioni.

Il rischio è che le dimissioni di Monsignor Francesco Cavina rappresentino il frutto avvelenato della scarsa vigilanza sul mantenimento del segreto sugli atti di indagine e, proprio in tale ottica, ci auguriamo che l’autorità giudiziaria possa individuare i responsabili di tali gravi violazioni.

L’Osservatorio sulla informazione giudiziaria
della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

Modena, 13 aprile 2018

Egr. Sig.

Paolo Bonacini

Egregio Signor Paolo Bonacini,

Le trasmetto la locandina dell’evento formativo organizzato dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Fondazione Giornalisti dell’Emilia Romagna in collaborazione con “Associazione Viceversa”, che si terrà il giorno 19 aprile prossimo, auspicando che possa e voglia partecipare.

La rassicuro: come potrà constatare non sono tra i relatori. Avevo dato la mia disponibilità ma ho ritenuto opportuno declinare l’invito, onde evitare imbarazzi agli organizzatori e spegnere le polemiche sorte all’interno delle associazioni e delle istituzioni dei giornalisti, dopo i Suoi articoli apparsi sul quotidiano on line “Il Fatto Quotidiano” il 30 gennaio e, con specifico riferimento alla mia partecipazione al convegno quale relatore, il 4 aprile.

Se parteciperà comprenderà le reali motivazioni dell’istituzione degli Osservatori sull’informazione giudiziaria da parte dell’Unione delle Camere Penali e di alcune Camere Penali, fra le quali quella modenese. Motivazioni ben diverse da quelle che Lei ed altri giornalisti aveTe fatto intendere ai Vostri lettori.

Nessuna intenzione di limitare il diritto di informazione che anzi noi avvocati delle Camere Penali abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere.

Compito e finalità degli Osservatori sono lo studio, insieme con magistrati, giornalisti ed esperti, degli eventuali effetti distorsivi e dei condizionamenti che il processo penale può subire con l’anticipazione di atti d’indagine coperti dal segreto istruttorio e con la pubblicazione di articoli che quasi sempre enfatizzano le tesi accusatorie, ignorando la presunzione d’innocenza e trasformando l’informazione di garanzia in una anticipata condanna.

Non credo possa ignorare che Le distorsioni del cosiddetto “circo mediatico-giudiziario” sono da tempo oggetto di studi e di critiche anche da parte di illustri magistrati (penso al dottor Giovanni Canzio, già Presidente della Corte di Cassazione), da studiosi di altre discipline ed anche da Suoi colleghi.

Perché noi avvocati penalisti, che difendiamo quotidianamente i diritti degli imputati (aimè di tutti gli imputati anche quelli accusati per i più gravi reati), e per questo siamo testimoni dei danni che queste distorsioni provocano ai nostri assistiti ed al processo, non possiamo tentare di difendere la “cultura“ delle garanzie da coloro che violano le regole processuali e da chi preferisce celebrare i processi fuori dalle aule dei Tribunali ?

Veda, al Suo primo articolo ho ritenuto – forse a torto – di non replicare, per tentare di smorzare una polemica che ritenevo frutto di una consapevole manipolazione del contenuto di un comunicato con il quale ci si limitava a rendere noto la costituzione dell’Osservatorio. Il contenuto di quel comunicato non poteva lasciare dubbi sulle finalità dell’iniziativa e solo chi è prevenuto poteva interpretarlo così come lo ha interpretato Lei.

Ma leggendo il secondo articolo – quello del 4 aprile – mi è sorto il dubbio che Lei sia veramente convinto di ciò che scrive e cioè che il difensore debba essere identificato con l’imputato stesso, anche quando si toglie la toga, tanto da essere connotato come “il legale del boss”, così come mi ha etichettato un Suo collega.

E’ grave che un giornalista, che dovrebbe dare un’informazione corretta, libera ed indipendente, non condivida la cultura dei principi del “Giusto processo”, del diritto di difesa e della presunzione di innocenza.

Ritengo infatti che il Giornalista non solo debba fornire un’informazione corretta ma anche “fare cultura”.

Equiparare, come Lei ha fatto, la figura dell’imputato a quella dell’avvocato che lo assiste, incrementa un giustizialismo sempre più diffuso.

Identificare le funzioni dell’Osservatorio come un attacco alla libertà d’informazione, sottende una logica corporativa e lobbistica dove le parti sono necessariamente contrapposte.

Sarebbero piuttosto auspicabili come noi avvocati auspichiamo – un confronto ed una collaborazione che permettano ad entrambe le categorie professionali un arricchimento, in modo tale che la libertà d’informazione ed il diritto di difesa non siano minacciati ma anzi rafforzati.

E’ con questo spirito costruttivo che avevo accettato di partecipare al convegno. Io, così come i miei colleghi siamo sempre disponibili ad un confronto sui temi che stanno a cuore ad entrambe le nostre professioni

Tanto ritenevo di doverLe far presente .

Le porgo i miei saluti

Avv. Alessandro Sivelli

A “Faccia a Faccia”, negli studi di TVQUI, l’intervista all’avv. Alessandro Sivelli, referente dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria della Camera Penale Carl’Alberto Perroux di Modena, il quale ha affrontato la tematica dell’equilibrio tra diritto di cronaca e garantismo.

Di seguito, il video dell’intervista integrale.

intervista

La polemica tra avvocati e giornalisti prosegue, oltre quello che la Camera Penale di Modena aveva definito un «fraintendimento della notizia, che si colloca tra la colpa grave e il dolo eventuale». La ragione rimane la stessa, il processo Aemilia ( un’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna).

La vicenda, già raccontata su questo giornale, è della settimana scorsa: la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e l’Ordine dei Giornalisti nazionale e locale hanno attaccato pesantemente l’istituzione, presso la Camera Penale di Modena, di un Osservatorio sull’informazione giudiziaria ( sulla scia di un’iniziativa tra l’altro giù esistente a livello nazionale da parte dell’Unione Camere Penali, che ogni anno pubblica il Libro Bianco sull’informazione giudiziaria). I penalisti modenesi, nell’annuncio dell’istituzione dell’Osservatorio, avevano spiegato che «l’informazione spesso diventa strumento dell’accusa per ottenere consensi e così inevitabilmente condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante: pensiamo ad esempio a quanto accaduto nel processo “Aemilia” allorché, pochi giorni dopo gli arresti, prima ancora delle decisioni del tribunale del riesame, è stato pubblicato e diffuso un libro che riportava fedelmente, quasi integralmente, il contenuto della misura cautelare con atti che dovevano rimanere segretati». proprio questo passaggio, definito dal pre- sidente dei penalisti modenesi Guido Sola «esemplificativo di una patologia, ma è scontato che l’Osservatorio non nasce certo per monitorare singoli processi, per di più se ancora in corso», aveva mandato su tutte le furie i giornalisti, che hanno definito «inquietante» e «dal sapore intimidatorio» l’iniziativa, perchè annunciata «in concomitanza con un’udienza dello stesso processo in cui un pentito ha rivelato che, tra i progetti degli ‘ ndranghetisti in Emilia, c’era anche quello di uccidere un giornalista scomodo. Del resto, non è la prima volta che sindacato e Ordine dei giornalisti sono costretti a occuparsi di intimidazioni, esplicite o velate, fatte a chi si occupa di informare i cittadini sul processo “Aemilia”». La Camera Penale modenese, che ha incassato il sostegno dell’Unione Camere Penali, dell’ordine degli avvocati di Modena e della Camera Penale di Reggio Emilia, ha risposto sul punto, sottolineando come «alla nostra iniziativa è stata associata una difesa ideologica da noi mai espressa alla criminalità organizzata, identificando il difensore con l’imputato». Il presidente della Camera Penale di Reggio Emilia, Nicola Tria, ha inoltre fatto sapere che anche il suo direttivo istituirà un Osservatorio locale sull’informazione giudiziaria, «non per intimidire chiccessia, ma semplicemente per monitorare i meccanismi della comunicazione e misurarli alla luce dei principi costituzionali» e ha offerto di organizzare a reggio Emilia un convegno con avvocati, magistrati e giornalisti, per «ragionare insieme sulle criticità».

La polemica ha infiammato la discussione per alcuni giorni e si è arricchita di un ulteriore tassello proprio ieri, quando è andato in onda sul Tg3 locale un servizio sul processo Aemilia. Nel servizio, è stata data notizia del fermo di un indagato e, dalle pagine del decreto di fermo della Dda di Bologna è emerso che, attraverso un avvocato, l’uomo avrebbe introdotto in carcere due chiavette usb a fini intimidatori. Nella chiosa, però, è stato fatto chiaro riferimento all’Osservatorio delle Camere Penali: «Proprio in questi giorni la Camera Penale di Modena e quella di Reggio Emilia hanno annunciato di voler monitorare l’informazione giudiziaria, in particolare sul processo Aemilia e, alla luce di quando indicato nel decreto della procura di Bologna, ci sarebbe quasi da sorridere, ma a far riflettere è il fatto che con le informazioni ricevute in cella gli imputati siano poi riusciti a condizionare alcune testimonianze».

Immediata la reazione degli avvocati. «Fare giornalismo non significa approfittarsi del potere mediatico per travisare le notizie. Ironizzare sull’iniziativa dell’avvocatura significa gratuitamente offendere l’intera categoria», hanno dichiarato Sola, Tria e il responsabile dell’Osservatorio, Alessandro Sivelli. I tre hanno ribadito come l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria non nasca affatto in relazione all’inchiesta Aemilia ma, soprattutto, come sia assurdo collegare l’iniziativa con un fatto di reato ( «e gli avvocati, ammesso che siano indagati, sarebbero comunque presunti innocenti» ) che nulla ha a che vedere con l’attività delle Camere Penali.

In effetti, questo lascerebbero intuire le parole del giornalista. Come se l’Osservatorio nascesse per intimidire i giornalisti, in concomitanza con l’ipotesi di reato di un avvocato. Tuttavia, gli avvocati hanno deciso di non sporgere querela per diffamazione nè di chiedere rettifiche, «perchè anni di professione hanno insegnato che chiedere la rettifica di notizie diffamatorie non provoca altro che ulteriore diffamazione» . «Non abbiamo alcuna intenzione di rinfocolare una polemica», ha commentato Sola, il quale ha anticipato di aver già invitato, in accordo con la Camera Penale di Reggio Emilia, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Giovanni Rossi, ad un confronto pubblico su quanto sta accadendo, «per urlare con forza che l’informazione va difesa, ma che la stessa non consente di ingiuriare chiunque e di svolgere processi mediatici senza contraddittorio».

Di seguito, il link all’articolo originale.

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/01/26/polemica-penalisti-giornalisti-critica-diventa-amico-dei-boss/