IN RICORDO DI VITTORIO ROSSI

VENERDì 17 MAGGIO 2019
AULA CONVEGNI DEL DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA | VIA SAN GEMINIANO, 3 - MODENA

ORE 9.30 - SALUTI ISTITUZIONALI

ORE - 10.00 INTRODUCE

AVV. GUIDO SOLA
Presidente Camera Penale di Modena

ORE 10.30 - IN RICORDO DI VITTORIO ROSSI

PROF. CARMELO ELIO TAVILLA
Professore Ordinario UNIMORE

AVV. ROBERTO RICCO
Segretario della Camera Penale di Modena

AVV. VALERIO SPIGARELLI
Già Presidente Unione Camere Penali Italiane

ORE 11.00 - I SESSIONE | PROCESSO E MEDIA

"Protagonismo accusatorio e distorsioni mediatiche"

AVV. LUCA ANDREA BREZIGAR
Già Presidente Camera Penale di Modena

DOTT. ALESSANDRO BARBANO
Responsabile Osservatorio informazione giudiziaria UCPI

Avv. GIULIA MERLO
Giornalista de “Il Dubbio”

"La difesa dentro e fuori dal processo"

AVV. ENRICO FONTANA
Già Presidente Camera Penale di Modena

AVV. ROBERTO TRINCHERO
Responsabile Osservatorio Deontologia UCPI

AVV. ROBERTO BRANCALEONI
Presidente COA Rimini

ORE 13.00 - BRUNCH

ORE 15.00 - II SESSIONE - PROCESSO E LIBERTÀ

"Libertà di  difendere: quali limiti?"

AVV. LUCA SCAGLIONE
Già Presidente Camera Penale di Modena

AVV. PROF. GIULIO GARUTI
Professore Ordinario UNIMORE

AVV. PROF. MASSIMO DONINI
Professore Ordinario UNIMORE

"Diritto di difesa e  dovere di verità"

AVV. ALESSANDRO SIVELLI
Già Presidente Camera Penale di Modena

AVV. PROF. EMANUELE FRAGASSO JR
Avvocato in Padova

AVV. PROF. VITTORIO MANES
Professore Ordinario UNIBO

ORE 17.00 CONCLUDONO

AVV. GIAN DOMENICO CAIAZZA
Presidente Unione Camere Penali Italiane

AVV. PROF. NICOLA MAZZACUVA
Vicepresidente Unione Camere Penali Italiane

AVV. ERIBERTO ROSSO
Segretario Unione Camere Penali Italiane 
La partecipazione al convegno darà diritto a n. 6 crediti formativi (2 in deontologia, 4 in diritto e procedura penale), ai sensi del Regolamento per la formazione continua degli avvocati.
PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: WWW.CAMERAPENALEDIMODENA.IT - INFO@CAMERAPENALEDIMODENA.IT 

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di Guido Sola, Presidente della Camera Penale di Modena

Vent’anni di camera penale rappresentano un momento di fisiologica riflessione in punto di percorsi: fatti, da fare, e da calare nell’ambito di un contesto storico complesso, dal punto di vista politico come anche culturale.Ma non potrebbe essere altrimenti: il diritto è politica; il diritto è cultura – dal punto di vista giuridico. Come scriveva elegantemente Marcello Veneziani, il «senso della tradizione» «consente paragoni», perché «chi ne è privo non conosce altro che il suo presente, che vive nella dimensione dell’assoluto». E perché “tradere” significa tramandare. Con tutto quanto ne consegue sul piano proprio dei principi che i nostri Maestri ci hanno tramandato e che, soprattutto oggi, noi siamo chiamati a difendere dalle invasioni delle orde populiste e giustizialiste.
Ma la tradizione non può essere l’unica chiave di lettura di questo nostro match.
Perché le sfide che ci attendono sono sfide future e, dunque, sfide che, proprio in quanto tali, non possono che vedere come protagonista l'”Avvocato di domani”. Un avvocato professionalmente attrezzato e, se possibile, specializzato. Ma anche un avvocato che non può non avere chiara l’agenda delle priorità, politiche e culturali, proprie anche della nostra professione.

Dobbiamo rimettere al centro della scena le persone e la dignità delle persone.
Questo è un Paese che s’è dimenticato dell’esistenza, nella Costituzione e nella legge ordinaria, della presunzione d’innocenza. Questo è un Paese che, come osservava Annalisa Chirico, ha degradato la presunzione d’innocenza a mero artificio. Viviamo un’epoca caratterizzata da indagini preliminari che sfociano in condanne preventive, da dibattimenti che contrassegnano riti celebrati nell’assoluto disinteresse da parte della società. E’ inaccettabile. Non solo perché la presunzione d’innocenza è primaria garanzia posta a protezione di primari diritti propri d’ognuno di noi, ma anche perché la presunzione d’innocenza rappresenta la base propria del giusto processo: finché non comprenderemo che la presunzione d’innocenza contrassegna il primo limite concettuale proprio del principio del libero convincimento del giudice nella quotidiana lettura delle prove, in questo Paese non esisterà mai alcun giusto processo.

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra libertà e cattività.
Questo è un Paese incapace di comprendere che, nell’ambito d’un sistema processuale baricentro del quale è la presunzione d’innocenza, la libertà è la regola e la cattività è la stretta eccezione. Ancora oggi, in Italia, si registrino circa mille casi d’ingiusta detenzione ogni anno. Alla data del 31 dicembre 2017 – questo ci dicono, ancora una volta, le statistiche ministeriali -, i detenuti in Italia erano 56.289. Di questi, 19.390 erano in attesa di giudizio.
Ciò significa che, ancora oggi, più d’un terzo di coloro che si trovano ristretti nella propria libertà personale è imputato e, dunque, presunto innocente.

Dobbiamo “ripensare” la prescrizione.
Solamente un Paese incivile rinuncia alla prescrizione sul presupposto che la stessa contrassegni garanzia di impunità. La prescrizione è requisito di efficienza procedurale e, prima ancora, presidio di garanzia di ogni cittadino contro azioni potenzialmente persecutorie. Chi afferma che il processo penale italiano è ex se una pena, afferma il vero. In un Paese che pretenda d’essere civile, la durata di un processo non può non essere calibrata sulla durata della vita delle persone.

Dobbiamo “ripensare” l’unitarietà della giurisdizione.
Ha ragione Oreste Dominioni: la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri è davvero la madre di tutte le riforme. Finché giudice e pubblico ministero saranno colleghi e, dunque, contigui, anche solo dal punto di vista culturale, le architetture concettuali proprie del codice di procedura penale del 1988 saranno sempre ineluttabilmente destinate a flettere. Perché un processo penale di matrice (seppur) tendenzialmente accusatoria può funzionare unicamente laddove il giudice sia davvero terzo e davvero imparziale. E perché separare le carriere di giudici e pubblici ministeri non significa unicamente risolvere un problema di matrice ordinamentale, che pure esiste, ma significa anche e soprattutto recuperare il giudice appunto a quella cultura del limite che gli dovrebbe essere sempre propria.
Dobbiamo “ripensare” la funzione del processo penale, sempre più visto come uno strumento di controllo sociale, come una macchina moralizzatrice, come un mezzo per realizzare quello stato etico figlio d’un’inaccettabile visione giansenista della società.
Cosa che, semplicemente, non è.
Dobbiamo “ripensare” l’attività processuale penale, generatrice di danni da irragionevole durata del processo, da limitazione della iniziativa economica privata, e non solo.

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra avvocatura e magistratura.
Il dialogo, in chiave politica e culturale, è possibile e doveroso. Come insegnava Piero Calamandrei, «[i]l [vero] segreto della giustizia sta [ancora oggi] in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore».

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra magistratura e politica.
Comprendo […] la posizione di chi afferma che anche i magistrati hanno diritto di partecipare in modo attivo alla vita politica del Paese. Osservo, però, che, in Italia, presso il ministero della giustizia, sono distaccati circa settanta magistrati. E’ sensato anche solo ipotizzare che settanta magistrati distaccati presso l’anzidetto ministero e, in particolare, presso l’ufficio legislativo dell’anzidetto ministero, non determinino in modo netto la politica di questo Paese?

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra magistratura e legislatore.
Sempre più spesso, oggi, accade che la magistratura si veda costretta a colmare le lacune della politica. Il tema delle interpretazioni c.d. creative è tema d’assoluta attualità dal punto di vista giuridico. Basti considerare, in proposito, che, all’indomani della sentenza europea De Tomaso c. Italia, vi sono state sentenze anche di legittimità che hanno ritenuto corretto affermare che, con quella sentenza, la corte e.d.u. avesse inteso sdoganare le interpretazioni cc.dd. creative e avesse inteso affermare che, attraverso le stesse, i giudici potessero fare le leggi. Peccato che la corte e.d.u., come noto, s’occupi, non solo di sistemi di civil law, ma anche di sistemi di common law e che di ciò, io credo, sarebbe stato prudente tenere debito conto prima d’affermare con sicumera quanto precede. Ma il punto, anche in questo caso, è altro: dare vita a interpretazioni cc.dd. creative non significa forse fare scelte valoriali? E fare scelte valoriali non significa forse fare politica?

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra magistratura e media.
Per quanto alcuni magistrati – penso, ad esempio, a Edmondo Bruti Liberati – abbiano stigmatizzato anche recentemente i «protagonism[i] mediatic[i]» propri di “certi” colleghi, parlando espressamente di «controproducenti divagazioni», è un fatto che i rapporti attualmente in essere tra giustizia e media risultino sovente caratterizzati da visioni «magistratocentriche» del fenomeno. Attenzione: perché parlare direttamente con i media significa orientare l’opinione pubblica. E orientare l’opinione pubblica significa fare politica.

Dobbiamo “ripensare” i rapporti tra giustizia e media.
In Italia impera, da anni, un nuovo e incivile rito speciale chiamato processo mass-mediatico. Un nuovo e incivile rito speciale, immediatamente fruibile dall’opinione pubblica, che ricostruisce i cc.dd. lost facts in modo libero, obliterando le regole.

Dobbiamo “ripensare” le misure di prevenzione patrimoniale.
In questo Paese, sovente accade che l’iniziativa economica privata collassi in conseguenza di penetranti sequestri preventivi posti in essere ben prima che s’addivenga a decidere della confisca della res. Con la conseguenza che, a prescindere dalla decisione che sarà adottata in merito, non latente, nelle more, è il c.d. rischio da uscita dal mercato dell’”impresa”. Non ignoro ratio e importanza dell’istituto del sequestro preventivo. Osservo, però, che, anche in materia di misure di prevenzione patrimoniali, come sovente accade in Italia, s’è recentemente legiferato sulla base dell’emozione popolare: nel settembre 2015, come ricorderete, la procura della Repubblica presso il tribunale di Caltanisetta rendeva pubblica la c.d. inchiesta Saguto, svelando con ciò quello che la stampa non ha avuto remore a definire il “cerchio magico” della gestione dei beni sequestrati e confiscati a Cosa Nostra. L’anzidetta inchiesta non s’abbatteva solo sull’anti-mafia […], ma s’abbatteva anche sulla magistratura e, soprattutto, sul legislatore, in allora impegnato a revisionare la disciplina prevista in materia di misure di prevenzione patrimoniali. E’ anche su queste basi che s’è addivenuti ad equiparare corruzione e mafia – cosa, invero, censurabile già sul piano proprio delle categorie ontologiche -. E’ anche su queste basi che s’è addivenuti ad espandere ulteriormente la sfera applicativa propria dell’art. 12 sexies. Ed è anche su queste basi che s’è addivenuti a comprimere ulteriormente i già labili perimetri difensivi in materia di prova della lecita provenienza dei beni confiscandi. Ciò – preme osservare – in contesto in cui a venire qui in emergenza è una novella – di matrice, senza dubbio alcuno, giacobina – che depotenzia gli autorevoli dicta in materia, non solo della Corte Costituzionale, non solo della Corte di cassazione – anche a sezioni unite -, ma anche della Corte e.d.u. Ricordo a me stesso – perché di ciò, allorquando si intendesse davvero ripensare la materia delle misure di prevenzione patrimoniali, si dovrà, credo, tenere debito conto – che, nella sentenza De Tomaso c. Italia, la Corte e.d.u. non ebbe remore a definire le misure di prevenzione patrimoniali un’«anomalia tutta italiana».

Dobbiamo “ripensare” le emergenze.
La criminalità organizzata, il terrorismo, la corruzione sono, tutte, problematiche serie; nessuno ne discute. Ma sono anche “sempreverdi emergenze” che, come da miglior tradizione giuridica italiana, giustificano, ancora oggi, scarrocciamenti verso lidi improntati alla legislazione dell’emergenza e, per tale via, a quelle che sono vere e proprie sospensioni di diritti costituzionalmente garantiti. E’ inaccettabile.
Perché, nell’ambito d’uno stato democratico costituzionale, la Costituzione non può non rappresentare quella «legge […]» capace d’offrire, tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra, «protezione [a] tutte le classi di uomini». «Mai» – c’insegna la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America – «fu concepita dall’intelletto umano una
dottrina con conseguenze più deleterie di quella che implica che ogni […] disposizione [della Costituzione] possa essere sospesa nell’ambito di una qualunque emergenza di rilievo dal governo […]. [Perché l]a Costituzione […] conferisce al governo tutti i poteri che gli occorrono per garantire la propria sopravvivenza».

Dobbiamo “ripensare” l’esecuzione penale.
Abbiamo fatto tutti tanto affinché la riforma dell’ordinamento penitenziario vedesse infine la luce. E abbiamo, senza dubbio alcuno, perso un’occasione importantissima per passare da un’esecuzione penale “vecchio stampo” ad un’esecuzione penale, anche concettualmente, moderna e, dunque, in linea con il dettato costituzionale. Ma c’è un problema. La diretta esperienza vissuta nella commissione ministeriale chiamata a scrivere la legge d’ordinamento penitenziario minorile m’ha permesso di toccare con mano il fatto che questo Paese, dal punto di vista culturale, non è pronto. Non è pronto nemmeno a “pensare lontanamente” che l’opera di rieducazione che la Costituzione impone in favore di chi sia stato condannato con sentenza irrevocabile possa essere un problema della società e, dunque, d’ognuno di noi. Ancora oggi, il “sentire comune” di questo Paese, è quello che fa leva sul concetto di “buttare via la chiave” e punto. Occorre lavorare ancora per preparare il terreno dal punto di vista culturale.

Dobbiamo “ripensare” le aspettative.
Cosa s’aspetta, oggi, la società dalla giustizia? Chi afferma che, in Italia, oggi, ha vinto la giuristocrazia – intesa essa come sinonimo di totalitarismo giudiziario che ribalta i tradizionali rapporti di forza tra magistratura e politica -, a mio avviso, afferma il vero. Chi afferma che, in Italia, oggi, impera un patologico gigantismo della giurisdizione ammantato di aspettative etiche, a mio avviso, afferma il vero.
Basti pensare, in proposito, alla concreta declinazione delle aree programmatico/contrattuali che il Governo giallo-verde ha inteso dedicare alla «Giustizia rapida ed efficiente» e alla «Lotta alla corruzione». E basti pensare in proposito alla proposta ivi avanzata […] d’introdurre nell’ordinamento giuridico la figura dell’agente provocatore in funzione anti-corruzione. Ha ragione Raffaele Cantone: pensare di introdurre nell’ordinamento giuridico la figura dell’agente provocatore non significa “scoprire” reati, bensì «fare test [appunto] etici sulla capacità di resistere [propria del presunto corrotto]».
Queste sono, seppur per sommi capi, le sfide future che attendono l'”Avvocato di domani”.
E, se così è, diventa allora pressoché automatico interrogarsi circa il contributo che, nell’affrontare le stesse, può dare la Camera Penale.
Contrariamente a quanto si crede, la camera penale non è unicamente un’associazione di avvocati. La camera penale – la nostra camera penale, quella che Vittorio Rossi e, con lui, i soci fondatori ci hanno tramandato – è anche una famiglia. Una famiglia di colleghi e, sovente, di amici, che, con passione e spirito di servizio, combatte quotidianamente per difendere la nostra cultura di minoranza. Ma la camera penale è anche e prima ancora un’idea. E’ un’idea di libertà.
«L’essenza della libertà» – scriveva Isaiah Berlin – «consiste nel diritto di resistere, nel diritto di essere impopolari, nel diritto di schierarsi in difesa delle proprie convinzioni per il semplice fatto che esse sono tue».
Questa, nella mia ottica, è la camera penale.
Con la conseguenza, nella mia ottica, che la vera mission della camera penale è quella di fungere da pilotina. Una pilotina chiamata a condurre fuori dal porto – da quello che non esito a definire «porto delle nebbie» – la nave del garantismo. Che può e deve riprendere il mare aperto.
Perché essere garantisti non è un optional.
Nell’ambito d’un sistema processuale scolpito nell’art. 27 Cost., essere garantisti è un dovere. Un dovere costituzionalmente imposto.

Il compito dell'”Avvocato di domani”?
Sono perfettamente consapevole che, nell’ambito di questa nostra società della tabula rasa, non v’è più nessuna motivazione «per dedicare la vita a [qualcosa che sia] destinat[o] a durare oltre il [nostro] tempo».
Ma questa impostazione non può e non deve frenare noi “Avvocati di domani”. Perché noi “Avvocati di domani” dobbiamo trovare nella nostra tradizione – quella tradizione che ci consente di «spostare il nostro punto di vista dalla foglia caduca all’albero» – la forza di buttare il cuore al di là di quest’ostacolo. Dobbiamo maturare una nostra visione, politica e culturale, della società. Dobbiamo abbattere gli steccati propri della nostra autoreferenzialità. Dobbiamo aprirci alla società complessivamente considerata. Dobbiamo essere capaci di elaborare idee in grado di risvegliare le coscienze. Non possiamo pretendere di coltivare il campo della politica senza avere prima arato quello della cultura. Dobbiamo essere capaci di proporre valori-base sui quali la politica possa sagomare corrette linee di azione. Non possiamo pretendere di coltivare il campo della politica senza avere prima arato quello della cultura.
Dobbiamo davvero fare tutto ciò che ci è concretamente possibile fare, nelle aule di giustizia, nei convegni, nei seminari, nelle scuole, nelle piazze e nelle strade, affinché il futuro dell’Italia appartenga anche a noi “Avvocati di domani”.

* Relazione introduttiva del Ventennale della Camera Penale di Modena – Villa Cesi, 26 maggio 2018

di Andrea Stefani

Mi spetta un compito scomodo, per mille ragioni che non serve vi dica e che faranno sì che la voce si possa spezzare  di quando in quando .. mi perdonerete, poiché siamo, prima di tutto,  una comunità di amici; un compito scomodo    al quale però non avrei mai potuto rinunciare; i miei debiti nei confronti di Vittorio sono davvero troppi per non continuare a saldarli  oggi.

E però è  difficile prendere la parola  per ricordare un gigante, anche perché inevitabilmente costringe a ripensare alla propria misura  rispetto alla sua.

Ma anche questa può essere un’operazione salutare che immagino molti di noi,  non soltanto i suoi allievi, hanno compiuto in questi giorni tristi: misurare sé stessi sulla misura di un grande.

Le mille testimonianze di affetto e di stima, giunte da tutta Italia, sono la prova della sua grandezza, per chi ne avesse ancora necessità.

E’  ancora più difficile parlare di  lui perché Vittorio mal sopportava le commemorazioni, come Silvia ha già ricordato, dato che le vedeva, forse a ragione,  come  un pretesto  per parlar di sé.

Spero di  evitare la trappola,  anche solo per il timore,  vero ancor oggi, di una  sua reazione.

Non intendo nemmeno portarvi un mio ricordo personale di Vittorio, intanto perché credo che altri, che   hanno trascorso più tempo con lui, penso a Giovanni e a Verena per non parlare ovviamente di Umberto, sarebbero più legittimati a farlo;   ma soprattutto perché credo che ognuno di voi porti con sé  un proprio ricordo personale, forte, di un’esperienza condivisa con Vittorio.

E’ questo, ovviamente, uno dei tratti  caratteristici dei grandi, quello di lasciare un segno indelebile nelle persone con cui vengono in contatto.

Non mi sento però di  garantire che si tratti, per ognuno di voi, soltanto di ricordi dolci… perché Vittorio non perdonava nulla a sé stesso, quando indossava la toga  o quando ne faceva valere il senso  profondo nelle battaglie politiche all’interno dell’Unione, e certamente perdonava poco agli altri,  quando intravedeva rinunce nell’espressione del  ruolo di difensore, prima di tutto di difensore della legalità del processo.

Di fronte a quelle che considerava timidezze o piccolezze nell’affrontare, in aula e fuori dell’aula, il ruolo di avvocato   così come  quello di rappresentante dei penalisti, reagiva con vigore, a volte con furore… molti di noi sono rimasti vittime di quell’intransigenza, prima o dopo.

Ma una cosa di lui credo di avere capito nel corso degli anni…  e cioè che chi non ha mai subito le sue ire non se ne deve far  vanto, perché Vittorio se la prendeva prima di tutto con le persone che stimava e che aveva a cuore, alle quali davvero non perdonava nulla.

Se non avete mai subito un suo rimbrotto, ironico o feroce, o siete troppo giovani per averlo conosciuto oppure non lo avete mai colpito.

So di non far torto a molti dicendo questo, perché Vittorio, da vero appassionato della vita, si interessava a tutti i colleghi che incontrava e alle loro vicende professionali e quindi immagino che pochi tra noi siano sfuggiti a un suo richiamo.

Credo anche   che ognuna di quelle discussioni e di quei rimbrotti sia stata,  per molti di noi, un’occasione di crescita professionale e di confronto prezioso con i  propri  limiti.

Con  il suo esempio ed attraverso il  confronto e a volte  lo scontro con lui, sono infatti cresciute a Modena intere generazioni di avvocati,  che  anche grazie a lui hanno  avvicinato il proprio limite (nella misura connaturata a ciascuno)  di consapevolezza del proprio ruolo nel processo, di autonomia e di indipendenza, da tutto,  prima di tutto dai clienti, di attenzione nella preparazione della difesa, di rispetto della deontologia del penalista, di maturazione tecnica ed infine di fantasia e persino di capacità d’improvvisazione.

Come ha scritto Roberto Ghini, Vittorio ha tentato di insegnare, a chi lo ha conosciuto, a non lasciare mai nulla di intentato nella difesa.  Ha insegnato ad usare  fantasia e   tecnica,  passione e  razionalità. Come dice ancora Roberto, era “uomo fatto soprattutto di carne e sangue” ma con una visione lucidissima del processo.

Il confronto con quel modello  ci mancherà, d’ora in avanti, nell’esperienza quotidiana e negli incontri casuali,  così come in quelli ricercati, ma quel modello resterà  presente e fecondo in  tutti quelli che lo hanno conosciuto, come termine di confronto e come guida.

Ci mancheranno, ancora, la sua passione e la sua generosità, che continuava a mostrare nella professione ed anche nell’impegno politico e culturale a favore della sua Camera Penale.

Resteranno invece e continueranno a germogliare i frutti di quell’entusiasmo generoso.

Mi piace pensare che a questo tipo di patrimonio intellettuale, condiviso e quasi collettivo,  facesse riferimento Guido quando nel suo  saluto (straordinario, lasciatemelo dire) in occasione del nostro Ventennale, ha parlato del valore profondo della tradizione dell’avvocatura che è effetto del tramandare i saperi più nobili  ed il cui senso è appunto  quello di «consentire paragoni».

Perché, come dice appunto Guido,  «chi ne è privo non conosce altro che il suo presente, che vive nella dimensione dell’assoluto». E perché tradere significa appunto tramandare.

Ed allora è a quell’eredità di idee e di passione civile e professionale che dobbiamo guardare da oggi in avanti se vogliamo davvero porgere un tributo a Vittorio che non sia solo una commemorazione.

Ancora Guido ci  ricordava come oggi nessuno sembra avere  motivazioni per fare qualcosa che sia destinato a durare oltre il proprio tempo.

Ed invece Vittorio proprio questo  ha fatto; e lo ha fatto creando la nostra camera penale, la nostra comunità, che ancora oggi si riunisce – e non sarà l’ultima volta – attorno alla sua figura e ai suoi insegnamenti.

Ci piace pensare che nel solco di quella tradizione enorme che abbiamo celebrato da poco e che va da Perroux ad Ascari, da  Mattioli a Bordone, da Favini a  Ugolini, a Fontana, Vittorio si inserisca a pieno titolo, trovando oggi posto tra i suoi pari,  e che abbia deciso di attendere a farlo per consentirci di festeggiarlo, degnamente,  lo scorso 26 maggio; lo abbiamo fatto tributandogli la presidenza onoraria della camera penale che ha sempre sentito sua,   dopo averla  voluta e creata, e che  oggi, a distanza di vent’anni,  è in grado, grazie all’entusiasmo e alla passione di tanti,  di produrre risultati politici e culturali che speriamo lo rendano fiero.

Infatti, contrariamente a quanto si crede, la camera penale non è unicamente un’associazione di avvocati.

La camera penale che Vittorio e, con lui, i soci-fondatori ci hanno tramandato è anche una comunità  di colleghi e spesso di amici, che, con passione e spirito di servizio, combatte per difendere la nostra cultura di minoranza. Quella  cultura di minoranza che tanto gli era cara e che incarnava la sua, ora la nostra, idea di libertà.

La libertà di resistere, il diritto di essere impopolari, il diritto di schierarsi in difesa delle proprie convinzioni per il semplice fatto che esse sono tue.

Questo credo fosse, prima di tutto, Vittorio Rossi, un uomo libero.

Vogliamo pensare che se ne sia andato convinto di avere ben seminato e con l’intima speranza  che la Camera Penale, la sua creatura, sia ora in grado di reggersi in piedi e di muovere i suoi passi incerti  senza più la sua guida, così attenta e spesso puntigliosa,  come è giusto che sia nel  governo di  un padre nobile.

Ci conforta in questa speranza la lettera manoscritta, con cui davvero chiudo, che Vittorio ha voluto mandare a Guido dopo la festa del nostro ventennale.

29.V.2018

Caro Guido,

                     caro Presidente! Sono ancora emozionato per l’affetto e la generosità con la quale avete voluto ricordare il mio Maestro e di riflesso anche me che fui plasmato dalla sua scuola.

 Dovrei ringraziare tutta la Camera Penale di Modena ed il Direttivo che ha saputo organizzare un così rilevante momento formativo di un’associazione che è cresciuta e si è fatta valere nel nome di una professione che non abbandona il campo.

 Offendono spesso la nostra toga che è nera perché nessuno possa mai macchiarla né con la parola né con l’inchiostro.

 Molte cose ancora restano da fare, molti attacchi dovremo rintuzzare ma gli Avvocati ci saranno anche domani e sempre quale presidio alla libertà individuale che solo quando è assente si comprende quanto valga. 

 Basta così e ti abbraccio con tutto il Direttivo e con tutti i soci di questa nostra associazione alla quale auguriamo insieme “lunga vita”.

 

Grazie, Vostro

Vittorio Rossi

Grazie a te, Maestro.

È mancato oggi l’Avvocato Vittorio Rossi, fondatore della Camera Penale Carl’Alberto Perroux di Modena.
Meno di due settimane fa, nel corso del ventennale della sua camera penale (intitolata al suo maestro) all’Avvocato Rossi ne era stata attribuita la carica di presidente onorario. L’avvocato Vittorio Rossi ha amato la sua toga in modo intransigente e ha fatto in modo che molti altri avvocati imparassero questo amore e questa passione. Il diritto di difesa era – per lui liberale convinto – inalienabile e non suscettibile di alcuna rinuncia da parte di chi indossava la nostra toga. La deontologia del penalista – di cui tante volte fu chiamato a parlare da altre Camere Penali – era la base, irrinunciabile, di ogni scelta difensiva.
Sorprendente la sua capacità di leggere i processi nella loro complessità, riuscendo a renderne semplice e mai banale la comprensione.
Sempre pronto a guidare i più giovani in decisioni difficili e ad avere con loro un confronto “alla pari”, anche se poi l’ultima parola era la sua.
Fortemente convinto delle proprie idee, non è mai stato uomo di compromessi, esprimendole con forza e talvolta con ruvidità, spesso con battute fulminanti.
Uomo di straordinaria curiosità e vivacità intellettuale, grande appassionato del rugby e dei cavalli, era figlio di Finale Emilia cui era stretto da un legame quasi viscerale.
Lascia la moglie Rossana e i figli Giovanni e Umberto, che lo ha seguito nella professione.
Lascia in tutti noi un vuoto incolmabile.

Il video integrale del Convegno “L’Avvocato di domani”, tenutosi in occasione del Ventennale della Camera Penale di Modena il 26 maggio 2018.

Interventi di:

Avv. Daniela Dondi

Avv. Alessandro Sivelli

Avv. Guido Sola

Presidente della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux

Avvocati Renato Borzone

Avv. Emanuele Fragasso Jr.

Prof. Carmelo Elio Tavilla

Avv. Beniamino Migliucci

Presidente UCPI

In occasione della festa per il ventesimo anniversario della fondazione della nostra Camera Penale, il Consiglio Direttivo ha inteso conferire all’Avv. Vittorio Rossi la Presidenza Onoraria della associazione per l’indipendenza, l’entusiasmo e la passione sempre profusi in difesa delle nostre idee di libertà.