L’Editoriale a cura del Direttore di “Apertis Verbis”, Fulvio Orlando

Non sono tempi facili, questi, per la giustizia penale. Dopo anni in cui – a torto o a ragione – ci si era convinti che il processo accusatorio, incentrato sul confronto paritario tra accusa e difesa, fosse ormai un dato acquisito; ecco che, talvolta in maniera strisciante, talaltra addirittura in forma espressa (per non dire plateale), riemerge la tentazione, che è anzitutto del legislatore (ma non solo del legislatore) di riscoprire le accoglienti trame del modello inquisitorio.

Il processo penale sta tornando ad essere
ciò che fu a cavallo degli anni settanta: il Golem vorace divoratore di carte e di vite, mentre progressivamente il modello preventivo – incentrato sulla cultura e insieme sulla prassi del sospetto – erode lo spazio che è del dibattimento come luogo di germinazione della prova.
Curiosamente, mano a mano che nei tribunali il processo perde la sua anima dialettica, ecco che il proscenio processuale si trasferisce altrove, con le pagine dei giornali (o del web) pronte a sostituire tribunali e procure, fino al punto che gli atti, le carte, divengono oggetto di pubblicazione ancor prima che l’accusato e il suo difensore possano prenderne visione.
È di alcune settimane fa la notizia che un geniale quanto ironico avvocato (perché l’ironia, si sa, è spesso la più sottile manifestazione del genio) ha avuto l’idea provocatoria di chiedere copia degli atti di un procedimento a lui affidato direttamente alle redazioni dei quotidiani, promettendo che avrebbe corrisposto loro il dovuto a titolo di contributo.
Ci sarebbe di che sorridere, ma purtroppo la provazione coglie nel segno: le parti processuali cambiano identità: non più l’accusato e il suo difensore che si misurano con l’accusa di fronte ad un giudice terzo, bensì i duellanti di una commedia macabra che senza esclusioni di colpi cercano di conquistare i favori di un magistrato che non conosce clemenza: la folla dei social network, l’opinione pubblica dei talk show.
Siamo consapevoli che la risposta a questa deriva non può (e non deve) essere la censura. Le stesse nubi che si stagliano all’orizzonte del processo penale gravano oggi – guarda caso – anche sulla libertà d’espressione: ciò dimostra una volta di più come il diritto di informare – da un lato – e le garanzie processuali – dall’altro –alimentino egualmente e in modo insostituibile lo stato di diritto. Chi vuole eliminare o comprimere la seconda, cerca sempre di colpire anche la prima.
Si sente ripetere che questo timore per le garanzie, questa nostra smania di porre l’accusato al centro di una rete di tutele è ormai un “pallino” solo nostro, di noi che non vogliamo renderci conto che l’ “emergenza sicurezza” richiede contromisure straordinarie, perché è questo che la gente invoca, anzi pretende: giustizia celere, anche sommaria se occorre, destinata – più che al reo – all’opinione pubblica.
Non tocca a noi stabilire se questa tanto decantata “emergenza sicurezza” sia effettiva oppure frutto di una rappresentazione giornalistica ad uso politico.
Non siamo sociologi. In ogni caso, non è comprimendo le garanzie per l’imputato, né sovvertendo il principio di non colpevolezza o istruendo processi sommari che si può sperare di ottenere una società più sicura. Nei paesi in cui si è voluto seguire questa strada è accaduto l’esatto contrario: le aule dei tribunali si sono popolate di apri espiatori, mentre pace, tranquillità e libertà non hanno fatto un solo passo in avanti, giacché all’insicurezza per il crimine ha finito per aggiungersi quella direttamente derivante dall’invasività dello Stato, dalla onnipotenza della magistratura asservita, dalla illimitata protervia del potere. L’esempio turco serva in questo da monito.
Perciò noi abbiamo questa convinzione: che le garanzie nel processo penale, che sono presidio di libertà e di dignità per l’individuo, producano non solo più giustizia e più libertà ma anche più sicurezza.
Forti di questo principio potremmo certo proseguire nelle nostre quotidiane battaglie in dorata solitudine, determinati ma sordi alle sollecitazioni della società civile. Dato però che anche noi avvocati siamo parte di essa vogliamo stare in ascolto, aprire l’agorà, confrontarci. È nostro dovere. Il dovere di esserci.
Perciò, nel nostro piccolo, dal piccolo osservatorio di una Camera penale che, ad ogni buon conto, compie quest’anno vent’anni, abbiamo pensato ad un giornale.
Non un semplice megafono, bensì luogo di incontro con chi è altro da noi: giornalisti, magistrati, colleghi, cittadini. Nella convinzione che gli avvocati penalisti o sono nella società o semplicemente non sono.
Siate i benvenuti.