di Andrea Stefani

Mi spetta un compito scomodo, per mille ragioni che non serve  vi dica e che faranno sì che la voce si possa spezzare  di quando in quando .. mi perdonerete, poiché siamo, prima di tutto,  una comunità di amici; un compito scomodo    al quale però non avrei mai potuto rinunciare; i miei debiti nei confronti di Vittorio sono davvero troppi per non continuare a saldarli  oggi.

E però è  difficile prendere la parola  per ricordare un gigante, anche perché inevitabilmente costringe a ripensare alla propria misura  rispetto alla sua.

Ma anche questa può essere un’operazione salutare che immagino molti di noi,  non soltanto i suoi allievi, hanno compiuto in questi giorni tristi: misurare sé stessi sulla misura di un grande.

Le mille testimonianze di affetto e di stima, giunte da tutta Italia, sono la prova della sua grandezza, per chi ne avesse ancora necessità.

E’  ancora più difficile parlare di  lui perché Vittorio mal sopportava le commemorazioni, come Silvia ha già ricordato, dato che le vedeva, forse a ragione,  come  un pretesto  per parlar di sé.

Spero di  evitare la trappola,  anche solo per il timore,  vero ancor oggi, di una  sua reazione.

Non intendo nemmeno portarvi un mio ricordo personale di Vittorio, intanto perché credo che altri, che   hanno trascorso più tempo con lui, penso a Giovanni e a Verena per non parlare ovviamente di Umberto, sarebbero più legittimati a farlo;   ma soprattutto perché credo che ognuno di voi porti con sé  un proprio ricordo personale, forte, di un’esperienza condivisa con Vittorio.

E’ questo, ovviamente, uno dei tratti  caratteristici dei grandi, quello di lasciare un segno indelebile nelle persone con cui vengono in contatto.

Non mi sento però di  garantire che si tratti, per ognuno di voi, soltanto di ricordi dolci… perché Vittorio non perdonava nulla a sé stesso, quando indossava la toga  o quando ne faceva valere il senso  profondo nelle battaglie politiche all’interno dell’Unione, e certamente perdonava poco agli altri,  quando intravedeva rinunce nell’espressione del  ruolo di difensore, prima di tutto di difensore della legalità del processo.

Di fronte a quelle che considerava timidezze o piccolezze nell’affrontare, in aula e fuori dell’aula, il ruolo di avvocato   così come  quello di rappresentante dei penalisti, reagiva con vigore, a volte con furore… molti di noi sono rimasti vittime di quell’intransigenza, prima o dopo.

Ma una cosa di lui credo di avere capito nel corso degli anni…  e cioè che chi non ha mai subito le sue ire non se ne deve far  vanto, perché Vittorio se la prendeva prima di tutto con le persone che stimava e che aveva a cuore, alle quali davvero non perdonava nulla.

Se non avete mai subito un suo rimbrotto, ironico o feroce, o siete troppo giovani per averlo conosciuto oppure non lo avete mai colpito.

So di non far torto a molti dicendo questo, perché Vittorio, da vero appassionato della vita, si interessava a tutti i colleghi che incontrava e alle loro vicende professionali e quindi immagino che pochi tra noi siano sfuggiti a un suo richiamo.

Credo anche   che ognuna di quelle discussioni e di quei rimbrotti sia stata,  per molti di noi, un’occasione di crescita professionale e di confronto prezioso con i  propri  limiti.

Con  il suo esempio ed attraverso il  confronto e a volte  lo scontro con lui, sono infatti cresciute a Modena intere generazioni di avvocati,  che  anche grazie a lui hanno  avvicinato il proprio limite (nella misura connaturata a ciascuno)  di consapevolezza del proprio ruolo nel processo, di autonomia e di indipendenza, da tutto,  prima di tutto dai clienti, di attenzione nella preparazione della difesa, di rispetto della deontologia del penalista, di maturazione tecnica ed infine di fantasia e persino di capacità d’improvvisazione.

Come ha scritto Roberto Ghini, Vittorio ha tentato di insegnare, a chi lo ha conosciuto, a non lasciare mai nulla di intentato nella difesa.  Ha insegnato ad usare  fantasia e   tecnica,  passione e  razionalità. Come dice ancora Roberto, era “uomo fatto soprattutto di carne e sangue” ma con una visione lucidissima del processo.

Il confronto con quel modello  ci mancherà, d’ora in avanti, nell’esperienza quotidiana e negli incontri casuali,  così come in quelli ricercati, ma quel modello resterà  presente e fecondo in  tutti quelli che lo hanno conosciuto, come termine di confronto e come guida.

Ci mancheranno, ancora, la sua passione e la sua generosità, che continuava a mostrare nella professione ed anche nell’impegno politico e culturale a favore della sua Camera Penale.

Resteranno invece e continueranno a germogliare i frutti di quell’entusiasmo generoso.

Mi piace pensare che a questo tipo di patrimonio intellettuale, condiviso e quasi collettivo,  facesse riferimento Guido quando nel suo  saluto (straordinario, lasciatemelo dire) in occasione del nostro Ventennale, ha parlato del valore profondo della tradizione dell’avvocatura che è effetto del tramandare i saperi più nobili  ed il cui senso è appunto  quello di «consentire paragoni».

Perché, come dice appunto Guido,  «chi ne è privo non conosce altro che il suo presente, che vive nella dimensione dell’assoluto». E perché tradere significa appunto tramandare.

Ed allora è a quell’eredità di idee e di passione civile e professionale che dobbiamo guardare da oggi in avanti se vogliamo davvero porgere un tributo a Vittorio che non sia solo una commemorazione.

Ancora Guido ci  ricordava come oggi nessuno sembra avere  motivazioni per fare qualcosa che sia destinato a durare oltre il proprio tempo.

Ed invece Vittorio proprio questo  ha fatto; e lo ha fatto creando la nostra camera penale, la nostra comunità, che ancora oggi si riunisce – e non sarà l’ultima volta – attorno alla sua figura e ai suoi insegnamenti.

Ci piace pensare che nel solco di quella tradizione enorme che abbiamo celebrato da poco e che va da Perroux ad Ascari, da  Mattioli a Bordone, da Favini a  Ugolini, a Fontana, Vittorio si inserisca a pieno titolo, trovando oggi posto tra i suoi pari,  e che abbia deciso di attendere a farlo per consentirci di festeggiarlo, degnamente,  lo scorso 26 maggio; lo abbiamo fatto tributandogli la presidenza onoraria della camera penale che ha sempre sentito sua,   dopo averla  voluta e creata, e che  oggi, a distanza di vent’anni,  è in grado, grazie all’entusiasmo e alla passione di tanti,  di produrre risultati politici e culturali che speriamo lo rendano fiero.

Infatti, contrariamente a quanto si crede, la camera penale non è unicamente un’associazione di avvocati.

La camera penale che Vittorio e, con lui, i soci-fondatori ci hanno tramandato è anche una comunità  di colleghi e spesso di amici, che, con passione e spirito di servizio, combatte per difendere la nostra cultura di minoranza. Quella  cultura di minoranza che tanto gli era cara e che incarnava la sua, ora la nostra, idea di libertà.

La libertà di resistere, il diritto di essere impopolari, il diritto di schierarsi in difesa delle proprie convinzioni per il semplice fatto che esse sono tue.

Questo credo fosse, prima di tutto, Vittorio Rossi, un uomo libero.

Vogliamo pensare che se ne sia andato convinto di avere ben seminato e con l’intima speranza  che la Camera Penale, la sua creatura, sia ora in grado di reggersi in piedi e di muovere i suoi passi incerti  senza più la sua guida, così attenta e spesso puntigliosa,  come è giusto che sia nel  governo di  un padre nobile.

Ci conforta in questa speranza la lettera manoscritta, con cui davvero chiudo, che Vittorio ha voluto mandare a Guido dopo la festa del nostro ventennale.

 

29.V.2018

Caro Guido,

                     caro Presidente! Sono ancora emozionato per l’affetto e la generosità con la quale avete voluto ricordare il mio Maestro e di riflesso anche me che fui plasmato dalla sua scuola.

 Dovrei ringraziare tutta la Camera Penale di Modena ed il Direttivo che ha saputo organizzare un così rilevante momento formativo di un’associazione che è cresciuta e si è fatta valere nel nome di una professione che non abbandona il campo.

 Offendono spesso la nostra toga che è nera perché nessuno possa mai macchiarla né con la parola né con l’inchiostro.

 Molte cose ancora restano da fare, molti attacchi dovremo rintuzzare ma gli Avvocati ci saranno anche domani e sempre quale presidio alla libertà individuale che solo quando è assente si comprende quanto valga. 

 Basta così e ti abbraccio con tutto il Direttivo e con tutti i soci di questa nostra associazione alla quale auguriamo insieme “lunga vita”.

 

Grazie, Vostro

Vittorio Rossi

 

Grazie a te, Maestro.