L’Osservatorio carcere e magistrato di sorveglianza della Camera penale di Modena prende atto del fatto che il Governo, nonostante la mobilitazione del 27 febbraio u.s. e l’astensione degli avvocati indetta dall’Unione delle camere penali Italiane per i giorni 13 e 14 marzo 2018, tesa a sollecitare l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, non ha ancora provveduto in merito.

I tempi tecnici per poter provvedere, astrattamente, permangono, ma bisogna essere realisti: il Governo uscente non ha avuto la forza politica di portare a termine gli impegni assunti, ponendo nel nulla il lavoro di illustri giuristi che, a partire dall’istituzione, nel 2015, degli Stati Generali sull’esecuzione penale, hanno dedicato tempo e risorse per redigere lo schema di decreto che già aveva ricevuto il parere favorevole delle Camere.
Impensabile, anche se auspicabile, che, oggi, il Governo, alla luce anche dei risultati elettorali del 4 marzo scorso, abbia il coraggio di licenziare un testo che da più parti è stato presentato come l’ennesima “legge svuota carceri”.
L’Osservatorio carcere e magistrato di sorveglianza, in questa seconda giornata di astensione, intende, non solo ulteriormente sollecitare il Governo ad inviare alle Camere le proprie osservazioni, ma anche sensibilizzare la cittadinanza in ordine al fatto che l’attuale ordinamento penitenziario, costruito a partire da preclusioni e automatismi che limitano la possibilità di concedere misure alternative alla detenzione ai condannati per determinati reati, incide, in termini negativi, sulla funzione rieducativa della pena.
La possibilità di un maggior accesso alle misure alternative alla detenzione – si tratta di dato statisticamente provato – garantisce la società dal pericolo di recidiva.
Le misure alternative alla detenzione costituiscono, infatti, un percorso articolato attraverso il quale il condannato espia la propria pena, restando sottoposto ad una serie di prescrizioni e obblighi e, contrariamente a quanto ritenuto dai non addetti ai lavori, non costituisce mera rimessione in libertà. Al contrario permette al condannato un reinserimento nel tessuto sociale.
Deve infine darsi atto che l’immobilismo proprio di una politica che non ha saputo dare vita all’auspicata riforma – che, peraltro, avrebbe dovuto revisionare anche la disciplina concernente le procedure di accesso alle misure alternative alla detenzione – è stato recentemente superato dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la norma dell’art. 656 comma 5 c.p.p. nella parte in cui prevedeva la sospensione dell’ordine di esecuzione unicamente per pene fino a tre anni.
Un piccolo, ma importante, passo nell’ambito di un – ancora – lungo cammino che la società di diritto dovrà percorrere.
Investire nelle misure alternative – rieducando, non castigando- vuol dire prevenire la commissione di ulteriori reati.

Modena, li 13 marzo 2018
Osservatorio carcere e magistrato di sorveglianza
della Camera Penale di Modena Carl’Alberto Perroux